Articolo curato da Emanuele Caroppo, psichiatra e psicanalista SPI.
Relazione tenuta al 43° Congresso Nazionale ANDOS, Velletri, 15 maggio 2026.
Una domanda accompagna ogni giorno la mia attività clinica: quando qualcuno sta male davvero, cosa chiede? Chiede di essere curato. Ma chiede anche — prima ancora — di non essere lasciato solo.
Non pazienti. Persone.
Il giorno in cui cominciamo a vedere una persona e non una diagnosi, una storia e non una cartella clinica, quel giorno abbiamo già compiuto un atto terapeutico.
Cosa significa davvero essere prossimi.
Un'etimologia che è già un programma
«La prossimità non è stare accanto a qualcuno. È permettere che la sua realtà ci tocchi, ci cambi, ci pesi.»
Il cancro al seno: una malattia che ferisce la storia, non solo il corpo
La prossimità funziona. I dati lo dimostrano.
Supporto sociale: una variabile biologica, non sentimentale
La tossicità finanziaria: il dolore che non si nomina.
Non possiamo parlare di prossimità e ignorare che la prossimità costa. E che le persone più sole sono spesso anche quelle con meno risorse.
Le famiglie nell'occhio del ciclone
La cospirazione del silenzio
La famiglia spesso si protegge dal dolore smettendo di parlare. Ma il silenzio non protegge: amplifica.
Quando la vicinanza diventa invasione
La prossimità ansiosa
La prossimità performativa
Il «fammi sapere se hai bisogno» che nessuno si aspetta venga preso sul serio. Il «sei fortissima» che scarica sulla persona il peso di dover essere eroica quando non ne ha la forza.
C’è una prossimità che nutre e una prossimità che divora. La differenza sta nel rispetto dell’altro come soggetto, non come oggetto di cura.
La prossimità nel tempo dell'individualismo liquido
Siamo la prima generazione nella storia umana che deve comprare la prossimità. E questo è un fallimento collettivo che paghiamo in salute.
Wilkinson e Pickett hanno dimostrato che nelle società più diseguali gli esiti di salute sono peggiori, indipendentemente dalla ricchezza media. Non è solo una questione di accesso alle cure. È una questione di capitale sociale: quella rete di fiducia e legami che nelle malattie gravi è un fattore di sopravvivenza quanto un farmaco.
Le associazioni come risposta politica
Le associazioni come ANDOS sono qualcosa di più di un servizio. Sono una risposta politica alla liquefazione dei legami. Il gruppo di auto-mutuo-aiuto non è un palliativo psicologico: è una micro-comunità in cui accade qualcosa che nessun farmaco può replicare — il riconoscimento.
«Io so cosa stai vivendo perché ci sono passata. Non ti lascio sola.» Questa è la peer support nella sua forma più pura. E questa è prossimità.
Intelligenza artificiale: strumento o miraggio?
L’intelligenza artificiale può elaborare milioni di dati in pochi secondi. Ma non può tenere una mano. E nelle malattie gravi, tenere una mano conta quanto una diagnosi precoce.
L’IA in oncologia sta già mostrando capacità straordinarie: riconoscimento precoce di lesioni nelle immagini diagnostiche, predizione del rischio di recidiva, personalizzazione dei protocolli terapeutici. Sono potenzialità reali, non fantascienza.
Ma c’è un rischio sottile che si annida nell’entusiasmo tecnologico. Il rischio che l’efficienza diventi un alibi per la distanza. Che la precisione dell’algoritmo sostituisca la presenza del professionista.
La domanda giusta da porsi
Non è: l’IA è utile? La domanda è: a che cosa la stiamo usando? Se la usiamo per liberare tempo clinico — ridurre la burocrazia, velocizzare le diagnosi strumentali — allora l’IA restituisce al professionista il tempo per stare con la persona. Se invece la usiamo per tagliare i colloqui e sostituire la relazione con un chatbot, stiamo usando uno strumento potente per fare una cosa sbagliata.
L’IA può analizzare il linguaggio di una persona per rilevare segnali di depressione. Ma non può accorgersi del silenzio di chi non parla più. Quello lo fa solo un essere umano che guarda davvero.
L’IA deve essere pensata come un amplificatore di prossimità, non come suo sostituto.
Sette proposte concrete: una prossimità possibile, adesso
1. Il navigatore oncologico come figura sistemica
Un professionista che accompagna la persona dall’inizio alla fine del percorso oncologico. Coordina gli appuntamenti, identifica precocemente bisogni psicologici e sociali, orienta alla tossicità finanziaria. Nei centri dove è stato introdotto ha ridotto i ritardi diagnostici e migliorato l’aderenza alle cure. In Italia esiste ancora in modo frammentario. Renderla strutturale e rimborsabile è una priorità che non possiamo rimandare.
2. Il distress come quinto segno vitale
Temperatura, pressione, frequenza cardiaca, saturazione — e distress psicologico. Il Distress Thermometer è uno strumento validato, rapido, economico, già utilizzato in molti centri europei. Deve diventare standard obbligatorio in ogni primo accesso oncologico: un atto clinico che dice alla persona che il suo stato emotivo conta quanto i suoi esami del sangue.
3. La prescrizione sociale
Nel Regno Unito i medici possono prescrivere, oltre ai farmaci, attività di connessione sociale: gruppi di mutuo aiuto, esperienze culturali, attività nella natura. I risultati sulla riduzione del distress e della solitudine sono significativi e documentati. Non è poesia. È politica sanitaria basata sull’evidenza.
4. Cura strutturata per il caregiver
Ogni percorso oncologico dovrebbe prevedere un piano di supporto per il caregiver principale. Non una consulenza estemporanea: un percorso strutturato con valutazione del burden, accesso al supporto psicologico, orientamento ai diritti lavorativi. Chi cura deve essere curato. Un caregiver esausto è un sistema di cura che collassa.
5. Lo sportello integrato per la tossicità finanziaria
Ogni centro oncologico di rilievo dovrebbe avere uno sportello dedicato, integrato nel percorso di accoglienza. Formato da assistenti sociali oncologici, orientatori ai diritti, esperti di welfare. Obiettivo semplice e irrinunciabile: che nessuna persona rinunci a una cura perché non sa come permettersela. La povertà non può essere un fattore prognostico.
6. Il fascicolo narrativo
Uno spazio strutturato — anche digitale, anche breve — in cui la persona possa lasciare traccia di come sta, di cosa la preoccupa, di cosa la sostiene. Uno strumento che aiuti i professionisti a vedere non solo la malattia ma la persona che la porta.
7. L'IA per l'equità
Algoritmi già disponibili analizzano pattern di accesso ai servizi per identificare precocemente chi rischia di abbandonare le cure o di isolarsi. Usati responsabilmente — con consenso informato e supervisione clinica — questi strumenti possono essere amplificatori di equità. Ci dicono chi sta cadendo tra le maglie prima che cada. E ci danno il tempo di tendergli la mano.
La cosa più potente che esista in medicina
La prossimità non è comoda. Richiede di tollerare il dolore altrui senza fuggirlo, di restare presenti anche quando non si sa cosa dire, di accettare la propria impotenza senza che questa diventi distanza.
La prossimità è un atto politico: afferma che l’essere umano non è un individuo isolato ma un nodo di relazioni, e che la cura di quel nodo è responsabilità collettiva.
In un’epoca che celebra l’autonomia come valore supremo, scegliere la prossimità è quasi un gesto rivoluzionario. È dire: la tua vulnerabilità mi riguarda. Il tuo dolore non è un problema tuo. Siamo connessi — e quella connessione è la nostra forza.
«Dottore, i farmaci mi hanno curata il corpo. Ma sono stata guarita dalle persone che mi hanno voluto bene senza smettere di guardarmi negli occhi.»
Questa è la prossimità. Non un supplemento all’oncologia. La sua anima.
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