Fonte: La Forza del femminile, un supporto concreto alle donne che stanno affrontando o hanno affrontato il tumore al seno.
La ripresa dell’attività professionale è una tappa importante del percorso di guarigione. Ma “tornare al lavoro” non significa semplicemente riattraversare la soglia dell’ufficio: significa farlo portando con sé tutto quello che si è vissuto — la malattia, le cure, il cambiamento.
La domanda che molte donne si pongono non è solo quando tornare, ma come. Come conciliare i ritmi lavorativi con i periodi di cura ancora in corso? Come gestire le limitazioni, i tempi di recupero, le energie che non sono più quelle di prima? Come affrontare lo sguardo dei colleghi, il timore di essere percepite come “diverse” o meno capaci?
Sono preoccupazioni reali, legittime, che coinvolgono tutte. E a cui, per fortuna, la legge dà risposte chiare.
Quando il lavoro fa male due volte
In alcuni casi, il rientro porta con sé qualcosa di più difficile da nominare: un clima ostile, atteggiamenti svalutativi, esclusioni sottili o esplicite. Quando questi comportamenti diventano sistematici e reiterati nel tempo, si entra nel territorio del mobbing, definito come un’aggressione continuativa e discriminatoria attuata dal datore di lavoro, da superiori, colleghi o sottoposti, con la tolleranza dell’azienda.
Non esiste in Italia una normativa dedicata esclusivamente al mobbing, ma la tutela esiste. Si fonda sull’art. 2087 del Codice Civile, che obbliga il datore di lavoro a proteggere l’integrità fisica e morale di chi lavora, e sulle norme in materia di discriminazione e parità di trattamento.
Chi subisce comportamenti vessatori può rivolgersi alla Magistratura. Dovrà però dimostrare tre elementi: la reiterazione dei comportamenti nel tempo, il danno subito, biologico, morale o esistenziale, e il nesso causale tra le condotte e il danno riportato. Un percorso non semplice, ma percorribile.
Le pari opportunità non sono un optional
A rafforzare ulteriormente il quadro di tutela è il Decreto Legislativo n. 5/2010, che recepisce la Direttiva Europea 2006/54/CE e modifica il Codice delle Pari Opportunità (D.Lgs. 198/2006). Il principio è chiaro: nessuna discriminazione tra uomini e donne nell’accesso al lavoro, nella formazione professionale, nel trattamento economico, nella progressione di carriera, nelle condizioni lavorative.
Chi viola questo principio rischia conseguenze concrete: in caso di mancata ottemperanza ai provvedimenti del giudice del lavoro, sono previste sanzioni fino a 50.000 euro o l’arresto fino a sei mesi.
Affidarsi, chiedere, non restare sola
Affrontare il ritorno al lavoro non deve essere un’impresa solitaria. Parlare con uno psicologo o con le volontarie dell’Associazione può aiutare a superare le difficoltà legate a questo momento di transizione. E conoscere i propri diritti, sui permessi, sui congedi, sulla possibilità di ridurre l’orario o cambiare mansione, è già un primo, importante atto di cura verso se stesse.
Perché guarire non significa solo superare la malattia. Significa anche ritrovare il proprio posto nel mondo, incluso quello professionale, con rispetto, consapevolezza e tutta la tutela che la legge riconosce.
